Perché sul Web Europa e Stati Uniti ora sono su fronti opposti

Su come regolare Internet non si sfidano soltanto stati nazionali e corporation globali, né sono in collisione i soli interessi dei colossi telefonici con quelli delle start up del Web. Adesso c’è pure chi intravede un conflitto latente tra Europa e Stati Uniti sul futuro della rete. L’intervento di Vittorio Colao che sul Financial Times di ieri bacchettava Mark Zuckerberg ne è un po’ la plastica dimostrazione, l’articolo può avere una doppia lettura.
7 GIU 11
Ultimo aggiornamento: 18:26 | 11 AGO 20
Immagine di Perché sul Web Europa e Stati Uniti ora sono su fronti opposti
“Facebook è nel torto quando sostiene la mano leggera con il Web”, è il titolo del contributo di Colao ospitato ieri sul quotidiano finanziario londinese. Il ceo di Vodafone, come sintetizza lo stesso Financial Times, “si schiera in effetti con Nicolas Sarkozy, il presidente francese, sostenendo che le società del mondo internet devono osservare le regole nazionali a cui sottostanno gli operatori telefonici”. Il riferimento all’inquilino dell’Eliseo non è casuale: se oggi si discute tanto di regole sulla privacy o sul diritto d’autore, infatti, lo si deve anche all’idea sarkozysta di organizzare il primo “e-G8”. Al vertice di Deauville di maggio, a fianco dei capi di stato, per la prima volta sono comparsi i colossi del Web, tra cui i rappresentanti di Facebook, Google e Wikipedia.
Esito della parata di star e statisti? Un mezzo fiasco. Non si è raggiunta nessuna intesa sulla cosiddetta governance della rete, tanto che ora Eric Schmidt, attuale presidente di Google, va in giro per il mondo mettendo in guardia dalla “contro rivoluzione” guidata dalle capitali europee che vogliono imbrigliare il Web, e annuncia che l’industria del settore – la “Banda dei quattro”, come ha ribattezzato l’alleanza Google, Amazon, eBay e Facebook – è pronta a coalizzarsi per tutelare la libertà online.
Oggi però a fianco del presidente francese scendono in campo anche i gruppi di tlc, soprattutto quelli made in Europe: “Sarkozy ha veramente ragione – ha scritto ieri Colao – quando sostiene che per realizzare tutte le potenzialità di Internet ci sarà bisogno di un efficace quadro legale di contorno e che l’auto regolamentazione non sarà sufficiente”. La frecciatina, nemmeno tanto velata, è indirizzata proprio a Google&co., colpevoli, tra l’altro, di portare a casa profitti ragguardevoli senza concedere nulla a chi rende fisicamente possibile il loro business online, le società di tlc appunto, che per di più sottostanno a centinaia di regole nazionali. Google&co., da parte loro, ritengono troppo alti i rischi connessi a un intervento invasivo del governo: “Dal diritto d’autore alla privacy, dalla sicurezza al problema del monopolio – ha detto all’e-G8 di Deauville Lawrence Lessig, docente di Diritto ad Harvard e guru del Web – il punto è che non ci fidiamo delle risposte che ci dà il governo. E abbiamo ottime ragioni. Perché su ogni tema la risposta che il governo democratico moderno ci ha dato fin qui è una risposta che beneficia i ‘dominanti’. Ignorando la risposta che potrebbe effettivamente favorire una maggiore innovazione”.
E una critica indiretta a quegli europei con la mania delle regolamentazioni è arrivata ieri anche dal Wall Street Journal: “Dove sono i Twitter, i Groupon e i LinkedIn dell’Europa? – si è chiesto il quotidiano statunitense – Il continente ha fallito nel produrre una qualsiasi start up durante la prima bolla delle dot com. E ora che le spumeggianti quotazioni in Borsa delle società del Web sono tornate, l’Europa sembra destinata a mancare l’occasione di nuovo”. Colpa di capitalisti meno pronti a rischiare, oltre che di un mercato domestico troppo frammentato, sostiene il quotidiano finanziario americano. Inutile quindi, in quest’ottica, invocare altre regole per riprendere terreno sulla concorrenza.